|  Con negli occhi e nel cuore una bandiera tutta azzurra, col sottofondo dell’inno di Nino D’Angelo, “Napoli, Napoli”, con le parole di “Ogni favola è un gioco” di Edoardo Bennato, prende il largo lo spettacolo “Il Miracolo” di Maurizio De Giovanni, portato in scena al Teatro Comunale, per la rassegna teatrale promossa dalla “Fondazione Benevento Città Spettacolo”. Un crogiolo di attese e speranze, di desideri e promesse, che s’intrecciano il 22 maggio 2025, alla vigilia del quarto scudetto del Napoli.
Il grande momento sta per arrivare e tanti napoletani vanno da don Pierino nella Chiesa di San Ferdinando per confessarsi e chiedere una benedizione, perché il prete elevi al cielo le preghiere giuste affinché il miracolo si avveri. Raccontano la loro vita da tifosi, le sofferenze patite, gli scontri in famiglia. Per loro la passione per il Napoli è una malattia, una forma di riscatto sociale, il fulcro di un’identità collettiva, che si tramanda di padre in figlio. Un sentimento unico per tutte le classi sociali e tutti i quartieri.
La galleria di personaggi che si presentano al confessionale sembra la processone del venerdì santo. C’è il grande chirurgo che sbatte la porta in faccia alla moglie, perché vuole vedere la partita col padre, che vive da solo. La diatriba è sottolineata da “Nun me scuccià” di Pino Daniele, cantata con voce calda da Marianita Carfora, che eseguirà tutti i testi dello spettacolo, insieme all’attore Alfredo Mundo, a Marco Zurzolo al sassofono, Orazio Ricca alla batteria e Luis De Gennaro alle tastiere.
In quel fatidico giorno di maggio si prepara la festa. Lo scrittore De Giovanni racconta l’atmosfera che si respira in città. Le scale ed i vicoli sono avvolti da “una matassa di fili azzurri”, sono popolati dalle sagome cartonate dei calciatori del Napoli. Il sogno del quarto scudetto è a portata di mano. C’è il padre che viene dal nord e vuole portare il figlio a vedere la festa. C’è chi promette di sposare una colombiana se vince il Napoli. C’è l’emigrante che torna dal Belgio, dove lavora nelle miniere.
All’improvviso esplode “un’inedita fratellanza”. Nell’aria si sentono i versi di Pietra Montecorvino, “parlame d’ammore ammore e lassa nderr ‘a croce”, la gioia si legge dovunque, i genitori accompagnano i figli per mano. “A volte -rileva De Giovanni- ci vuole la voce di un bambino per aprire la porta del cuore di un adulto”. La tempesta dei sentimenti, che ha animato tutto lo spettacolo, diventa un’armonia leggera. Si canta "'O Surdato 'nnammurato". Sul palcoscenico si sventolano le bandiere azzurre.
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