|  Quel ragazzino che guardava il mare e la fabbrica aspetta ancora la rinascita della sua terra. Ricorda il padre e il nonno, che andavano a lavorare nel grande “mostro” di Bagnoli, come unica alternativa alla disoccupazione. Ma quel cantiere era anche guerra, sacrifici, morti. Questa storia dolente è raccontata nello spettacolo “Mare di ruggine - La favola dell’Ilva 2.0”, portato in scena al Mulino Pacifico dalla Compagnia Teatro Insania, nell’ambito della rassegna “Obiettivo T” della Solot.
Il palcoscenico è “rovente”, c’è la fabbrica coi suoi fumi e rumori, coi ritmi incessanti di lavoro, con gli operai che tossiscono. Con l’organizzazione dei primi scioperi, per rivendicare più diritti ed orari più sopportabili. Comincia a prendere corpo la Napoli operaia. Per tante famiglie e generazioni l’Italsider di Bagnoli è un sogno, una conquista. “Qui -grida un operaio- aumentano solo le ore di lavoro. Non possiamo vivere senza il lavoro, ma non possiamo nemmeno morire per lavorare”.
La storia si dipana dal fascismo allo Statuto dei lavoratori del 1970. La produzione va a gonfie vele. Col benessere si combinano tanti matrimoni. Ma ad un certo punto l’ingranaggio s’inceppa. Arriva la crisi, la concorrenza internazionale aumenta. Bisogna tagliare il personale. Il capitalismo mostra il suo volto spietato. C’è rabbia, c’è amarezza. C’è la dismissione dell’Italsider. Con la promessa di una riconversione, un grande piano di rilancio di tutta la zona in chiave sociale e turistica.
Il dramma è rappresentato con grande fisicità e dura ironia da Daniela Ioia, Luigi Credendino, Francesca De Nicolais e da Antimo Casertano, che anche autore e regista del testo. “Questa terra- denunciano le donne operaie- non ti consente di vivere, ma solo di sopravvivere”. C’è Teresa che si ammala di tumore. Lo scopre in un giorno qualunque davanti allo specchio. C’è Rosario che accusa il “capitalismo scellerato”. “Questa -ammette- è una sconfitta della città. Abbiamo perso”.
Il grande sogno svanisce tra ferraglie arrugginite. I nuovi padroni avevano promesso un futuro, “perché ci teniamo ai napoletani”. La crisi coinvolge Napoli e Taranto, Genova e Pombino.”Cambiano i protagonisti -conclude Casertano con la bandiera della Palestina- ma la storia è la stessa. Questa è la favola, che una favola non è. Una favola di “mostri” e lavoratori. Sono la mia famiglia. Sono passati oltre 30 anni dalla dismissione. Ci sono state mille promesse, 800 miliardi spartiti, ma il finale è ancora da scrivere”.

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