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Il saluto di Felice Accrocca ai giornalisti e il messaggio al Sannio - "Teniamo accesi i riflettori sulle Aree Interne e sull'isolamento"
 

lun 16-02-2026 20:01 n.707, a.e.

Il saluto di Felice Accrocca ai giornalisti e il messaggio al Sannio

"Teniamo accesi i riflettori sulle Aree Interne e sull'isolamento"


Quando arrivò a Benevento aveva 56 anni. Era uno dei più giovani arcivescovi d’Italia. Ora che si accinge a sbarcare nella terra di San Francesco, dove prenderà servizio il prossimo 25 marzo, Felice Accrocca ha voluto incontrare la stampa sannita per un saluto, un bilancio ed un arrivederci ad Assisi. Lo ha fatto nel salone del vescovado, intitolato a Leone XIII, con la sua consueta semplicità, in piedi, in mezzo ai giornalisti. Per ringraziare il Sannio, che rimarrà sempre nel suo cuore.

Ricorda con emozione quel 18 febbraio 2016, quando fu eletto arcivescovo di Benevento. Quei momenti vissuti nella sala d’attesa del Vaticano. “Mi chiamarono dalla Nunziatura -racconta- per convocarmi a Roma. Mi presentai prima dell’orario previsto. Ad un certo punto arriva il nunzio che mi comunica: Papa Francesco vorrebbe che lei andasse a Benevento. Grande fu la sorpresa. Non sapevo neanche dov’era la città sannita, anche se era conosciuta come sede ricca di storia”.

Il suo percorso religioso è intenso. Cominciò come vice parroco a Cisterna di Latina, un paese di 30 mila abitanti. “Ho scoperto -continua- che è pieno di beneventani, soprattutto morconesi e santacrociani. C’è stata la chiusura dl grosse fabbriche, come la “Good Year” e la “Findus”, ma non c’è stata contrazione di popolazione, perché Cisterna si trova ad appena mezz’ora da Roma. Poi fui nominato parroco nella periferia di Latina, dove non c’era neanche la chiesa e la terra per costruirla”.

Con l’impegno ecclesiastico, monsignor Accrocca ha coltivato sempre lo studio e l’insegnamento. “La mia passione per San Francesco -spiega- iniziò prima che entrassi in seminario. Mi sono laureato in lettere alla Sapienza di Roma, sono stato allievo di Raoul Manselli, illustre storico del Medioevo, che prese la cattedra di Raffaello Morghen. Qui avevo professori come Natalino Sapegno, Ettore Paratore, Concetto Marchesi. Poi ho fatto il dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana”.

Nel dialogo con la stampa ha ripercorso le tappe principali della sua esperienza beneventana. “La riflessione sulle aree interne -sottolinea- che è diventata una questione nazionale, è partita da qui. Non so chi sarà il mio successore, ma ritengo opportuno portarla avanti. Quando uno è dentro le cose, non le osserva col giusto distacco. Per vedere la foresta devi alzarti. Qui mi sono trovato bene con tutti. Servono le infrastrutture per rompere l’isolamento, che ho sperimentato anch’io, facendo per dieci anni la Telesina ad una corsia. Ora c‘è il primo pezzo della ferrovia veloce Napoli-Bari. Siamo vigili”.

La scossa data dall’arcivescovo non sarà scordata. Nel salutarlo, a nome della stampa locale, gli abbiamo ricordato l’importanza delle sue iniziative, i suoi continui inviti a “fare squadra”, i richiami ad invertire la rotta “rovesciando la piramide” nella distribuzione delle risorse, il suo impegno per la pace, il suo rapporto con i giovani, la sua solidarietà agli operai dell’Hanon in lotta. Il commiato da Benevento ci sarà il prossimo 18 marzo. “Credo che la gente -conclude- abbia gradito la mia semplicità e spontaneità”.

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