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Storia del cibo a Benevento dai Longobardi ai nostri tempi - Riccardo Valli: "Tutta la verità sul Torrone e sull'Aglianico"
 

gio 19-02-2026 17:06 n.708, a.e.

Storia del cibo a Benevento dai Longobardi ai nostri tempi

Riccardo Valli: "Tutta la verità sul Torrone e sull'Aglianico"


Cosa mangiavano i beneventani durante il Principato Longobardo e sotto il Papa? Quando sono apparsi l’Aglianico e la Falanghina? Cosa si pescava nei fiumi Sabato e Calore? Come si nutrivano le classi alte e la povera gente? Cosa rimane dell’antica tradizione culinaria? A tutte queste domande cerca di rispondere il libro di Riccardo Valli, “Per una storia dell’alimentazione in Benevento”, pubblicato per le Edizioni Iuorio, che racconta le tappe dell’evoluzione gastronomica nel contesto storico.

Il cambiamento delle abitudini alimentari è connesso con gli eventi tragici, come pestilenze e terremoti, che più volte colpirono Benevento. L’autore lavora su documenti, provenienti in gran parte dall’Arcivescovado, passa in rassegna le liste della spesa, i primi ricettari, i prodotti della terra, il bestiame allevato. Nel Secolo XVII a Benevento si svolgevano quattro importanti fiere: quella dell’Annunziata il 25 marzo, di Sant’Onofrio l’11 giugno, di San Bartolomeo il 24 agosto e di San Francesco il 4 ottobre.

“Dai Capitoli -scrive Valli- si ricava la notizia che Benevento è piazza di commercio di “poma, frutti, casi, pesce et ogn’altro genere di salvagina”, che vi si vendeva il mitico “caso di quaglio”,  che qui vivevano ed operavano dei “piscaturi cittadini”, che commercializzavano “il vario et l’anguilla et lo scamo”, il pesce più diffuso fino a pochi decenni fa, quando le acque non erano inquinate come ora”. Dalle carte si viene a sapere che una volta nella fiera di San Bartolomeo furono venduti 15 mila suini.

Quando nel 1806 Napoleone Bonaparte concesse Benevento come feudo al Principe Carlo Maurizio di Talleyrand, l’Arcivescovo Domenico Spinucci ospitò diversi rappresentanti francesi. Per fare bella figura la Curia non badò a spese e sulla tavola fece arrivare anche la Riggiola, un pesce pregiato. Al pranzo del primo dicembre partecipò, tra gli altri, il padre dello scrittore Victor Hugo, che era Gran Maggiore. Il cibo del “popolo basso”era basato, invece, sulla cucina povera, oggi molto richiesta.

La ricerca colta e raffinata di Valli arriva fino ai nostri giorni, con una finestra sul torrone di Benevento e sul "Vitigno Sannio", rivela che non sono del poeta latino Marziale i versi dai quali Giovanni De Nicastro ricavò che Benevento era famosa per le cinque C (Cardone, cipolle, cervellate, copeta e corde). “Il termine copeta, con cui si designa il torrone -dice Valli- non ha niente a che spartire col latino, ha un’origine araba. Cosi come Aglianico non c’entra niente col greco, è una parola spagnola”.



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