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La comunità delle Masserie del Sannio nel libro di Nardone - "Dentro quelle mura c'era una civiltà che costruiva il futuro"
 

sab 23-05-2026 14:53 n.742, Antonio Esposito

La comunità delle Masserie del Sannio nel libro di Nardone

"Dentro quelle mura c'era una civiltà che costruiva il futuro"


"Le masserie non erano semplici costruzioni in pietra, ma luoghi di vita, presidi di lavoro, relazioni e saperi tramandati senza libri. Dentro quelle mura, battute dal vento e dalla pioggia, si è formata una civiltà della sobrietà, dove nulla si sprecava e tutto si trasformava. In ogni masseria c'era una donna che teneva insieme tutto: la casa, la campagna, l'orto, gli animali, gli umori degli uomini e le speranze dei figli. Alle donne contadine dedico queste storie".

Con queste parole, Carmine Nardone apre le pagine del suo libro “Masserie e vita contadina”, pubblicato per le Edizioni Futuridea e presentato a San Marco dei Cavoti, con la musica de "La Scatola del Vento" di Alessandro Parente. Un racconto intenso sul mondo agricolo, che parte dalla storia della sua famiglia e si dipana sul Sannio, il Sud e l'Italia. L'autore non decanta una mitica Arcadia, ma esalta il valore umano e sociale della terra, che va conservata per le generazioni future.

Le condizioni dei contadini non erano affatto facili negli anni cinquanta e sessanta. Nel Natale del 1953, il padre Fiorentino si ribellò al proprietario terriero Pietro Perlingieri, che voleva trattenere tutte le entrate derivanti dalla vendita del tabacco. "La mia famiglia -ricorda Nardone- fu costretta ad andare in un'altra masseria. Mio padre guidava il calesse con mia madre e le mie sorelle, Enza e Concetta, nonno Carmine conduceva il carro coi buoi, io e mio fratello Antonio eravamo al suo fianco".

La vita nella masseria ruotava intorno al focolare e al forno, era ravvivata da tanti personaggi caratteristici della zona, da Zi' Mariano a Zi' Rafele, dai racconti dei nonni, dall'arrivo delle varie novità, dalla luce elettrica al Bibbigasso, dai trattori alla trebbiatrice. "La povertà non spegnava la fantasia, ma la accendeva -fa notare Nardone- con le canne si costruivano ceste, panieri e canestrelli, lo zufolo, lo squicchiarulo, un piccolo spruzzino, che era la meraviglia delle estati. In quel poco c'era tutto".

Quel microcosmo, segnato dalla fatica, era alleviato dalla solidarietà. Il dolore di uno era il dolore di tutti. Per i padroni, che vivevano in città, i contadini erano sempre dei cafoni. I signori comandavano con i contratti capestro, potevano togliere casa, pascolo, speranza. Spicca gentile la figura della madre. "Luisa -rileva l'autore- possedeva un dono: la capacità di trasformare il quotidiano in poesia. Le passeggiate nei campi dei miei genitori erano un invito a rallentare, contro la fretta".

Le parole sono impreziosite dalle fotografie di Peppe Biancardi, di Futuridea e dell'Archeoclub di Benevento, e dai contributi di Franco Arminio e Valeria Pezza. “Il libro -fa sapere Nardone- è anche un omaggio alla memoria di mio fratello Franco, che ha condiviso con me radici, stagioni e silenzi e continua a vivere nei gesti semplici e ostinati della vita contadina". Graziosi e intriganti i racconti sulle tradizioni. Commovente la lettera finale ai giovani. "Abbiamo guadagnato comodità, diritti e libertà. Non perdiamo la memoria. La terra non è infinita e il cibo non nasce sugli scaffali".








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