|  Il quadro d'apertura è di gran fermento. C'è da raccontare la storia di una famiglia del Sannio. Ci sono i panni da lavare, gli archivi delle chiese da studiare, c'è la macchina da scrivere. Il tuffo nel passato è colorato dai giochi spensierati dell'infanzia. Ma già all'orizzonte si affacciano antiche disuguaglianze, che segneranno protagonisti e generazioni. Questo il filo conduttore dello spettacolo “Marginali esistenze”, portato in scena dalla Solot al Mulino Pacifico per “Racconti per Ricominciare”.
La vicenda, tratta dall'omonimo romanzo di Amerigo Ciervo, dedicato alla sua famiglia, va dal 1600 al 1900, ricostruisce una comunità contadina della Valle Caudina, legata al proprio piccolo mondo, ma nello stesso tempo scossa dagli eventi di Napoli e dell'Italia. Un microcosmo di amori, speranze, illusioni, nascite, morti, pene e tragedie, che non scalfiscono l'unità familiare. C'è il capostipite Salvatore che canta i versi di Catullo in napoletano: “Tirammo a campà, Rosella mia e facimm' ammore”.
La trasposizione teatrale, curata da Viviana Altieri, che recita con Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia e Nicola Nicchi, è una carrellata di affreschi gradevoli e coinvolgenti, fa rivivere con scioltezza le varie epoche. La girandola dei nomi è vivacizzata da canti, musiche, parole e motti popolari. “La vita è un affacciarsi alla finestra -cantano- acchiappati i bocconi buoni, quando puoi, perché quelli cattivi non mancheranno mai”. Sullo sfondo c'è sempre l'eterna lotta tra i potenti e le marginali esistenze.
La famiglia Ciervo attraversa la peste, Ia seconda guerra mondiale, la ricostruzione. Lo spettacolo rende bene lo spaccato sociale, la dura vita dei braccianti, la condizione delle donne, il ruolo dei preti. “Sopra a tutti -esclama Fetto- ce sta 'o padreterno, po vene o papa, po 'o rre e in fondo, ma proprio in fondo, ci stiamo noi, poveri disgraziati”. Con l'avvento della Repubblica, continua la lotta per i diritti. Il Fortore organizza la “Marcia della fame”, per andare a Roma, ma sarà repressa sul nascere.
Per conoscere i sobillatori, la polizia prende informazioni. La scena è esilarante con Fetto che detta e Intorcia che scrive, sulla falsa riga della famosa lettera di Totò a Peppino. Il matrimonio tra Corradino e Rosa, genitori dell'autore, ci riporta nel mondo eduardiano di “Natale in casa Cupiello”. Si riafferma con forza il valore della memoria e delle tradizioni, si celebra “la sacralità dell'esistenza”, si ripete il rito, “nella sua disarmante semplicità”, si riscopre la bellezza del presepio.

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